08.19.2025
Dedicato a Princesa
19 agosto 2025
Oggi voglio portare su questo blog un intreccio di due storie.
Premetto che il motivo dell’intreccio sono questioni identitarie e questioni di periodo storico, inteso proprio come date. Le protagoniste di questo “intreccio” sono Silvia Bianca, ovvero me stessa e Princesa (Fernanda Farias de Albuquerque) una donna trans che non è più tra noi da molto tempo. Per chi volesse notizie più approfondite su Fernanda, può facilmente svolgere una ricerca sul web digitando Princesa o il suo nome per intero, a cui hanno dedicato una pagina del Wikipedia, un libro (Princesa) che ho letto e che vi consiglio, pubblicato per la prima volta da “Sensibili alle foglie” e poi da un altro editore, due cortometraggi intervista e un film del 2001. Partiamo dal fatto che come persona trans sono spesso interessata ad altre storie trans, soprattutto del passato ma anche del presente. Dopo aver letto il suo libro autobiografico e aver visto l’intervista Rai del ’94 ed il film, la storia di Fernanda è una di quelle storie che mi hanno lasciato il segno, come era già successo con la storia di Katia Bentivoglio, quelle di Porpora Marcasciano e altre protagoniste, anche dall’altra parte del mondo come Susan Striker. Ma la storia di Fernanda (Princesa) mi ha fatto pensare alle coincidenze di vita, perché lei, nata in Brasile nel ’63, paese in cui aveva vissuto a lungo tra mille vicissitudini di cui alcune molto negative, dopo alcune tappe in Europa era arrivata poi in Italia. Qual è la coincidenza quindi? Che mentre lei si toglieva la vita a Jesi nel maggio del 2000, in quei mesi io a Torino sceglievo il mio nome, Silvia. Un nome che avrei fatto poi riconoscere legalmente molto tempo dopo. Come succede ancora oggi quando i media parlano di persone trans, i giornali all’epoca avevano scritto articoli decisamente migliorabili. Ma per fortuna alcuni anni prima, mentre stava scontando un periodo in carcere a Rebibbia, ha conosciuto alcune persone che le hanno dato la possibilità di tirare fuori parte di quello che aveva dentro e raccontare la sua storia fino ad allora, scritta da lei stessa. Tra loro appunto, ci furono anche i fondatori ed editori di Sensibili alle foglie ed un pastore sardo, detenuto anch’esso, con cui strinse una bella amicizia e che le diede lo spunto per trasformare la depressione per la detenzione, le condizioni di salute e la sua storia in parole. Quella di scrivere è una pratica che condivido molto, perché buttare fuori ciò che si ha dentro in un proprio diario personale a volte può fare più bene di quanto si immagini, e nel suo caso è diventato un libro. È possibile vedere un’intervista molto interessante fatta nel ’94 a Fernanda in persona, a Giovanni Tamponi, il pastore detenuto che l’ha aiutata e Maurizio Iannelli, anch’esso detenuto, per il programma Rai “Storie Vere”. L’intervista la potete trovare inserendo nel vostro motore di ricerca “Conversi Princesa storie vere” in quanto non pubblico link su questo blog. È un’intervista fatta a tuttə e tre e dove si possono capire meglio alcuni passaggi e avere un quadro più ampio, soprattutto dopo aver letto il libro. Il libro invece è acquistabile su varie piattaforme di libri online, come ibs, Feltrinelli o direttamente dal sito di Sensibili alle Foglie. Il suo racconto è crudo, autentico, fatto con le difficoltà di traduzione (che vengono spiegate sia nell’intervista sia nel libro) sia a causa delle difficoltà di comunicazione in carcere, sia per via della lingua, perché lei parlava prevalentemente il portoghese e perché per svariati mesi si sono passati tra le celle le parti di testo scritte da tradurre. Il finale della sua storia (della vita vera intendo) mi ha fatto pensare a quante favolose (termine old style un po’ di nicchia nella comunità) se ne siano andate prematuramente. Soprattutto negli anni in cui essere trans era ancora più difficile per tanti motivi. Perché si finiva dentro per prostituzione, perché si finiva dentro per travestimento, perché c’era l’hiv che non aveva ancora le terapie necessarie e diventava aids, perché c’era l’eroina, perché c’era uno stigma enorme, perché non c’erano molti lavori disponibili e perché le persone razzializzate avevano anche il problema dei documenti (e li hanno ancora oggi). Molti problemi sono rimasti ancora oggi e purtroppo c’è chi come lei di questi problemi ne aveva fatto il pieno.
Penso alla mia paura quando nel 2000 avevo sedici anni e avevo paura a dichiararmi, a vivere apertamente la mia identità. Perché non sapevo come il mondo l’avrebbe presa e perché non volevo lavorare in strada.
Non conoscevo ancora la storia delle tante favolose che conosco oggi. Italiane, straniere, attiviste e non. Sicuramente mi sarebbero state d’aiuto per la loro forza, perché all’epoca gli esempi che avevo non mi erano state d’aiuto e non mi erano per niente d’aiuto l’ambiente familiare e quello scolastico.
Mi chiedo quante se ne siano andate per suicidio, per overdose, per violenza e siano poi state dimenticate. Mi chiedo su quante vite si sia costruita la nostra “comunità” (che metto tra virgolette perché la sento molto spenta e disgregata). Ancora oggi nelle carceri le persone trans vivono condizioni molto rischiose e di grande discriminazione e degrado. A questo proposito vi consiglio di seguire “Fratture” che parla di carcere, di persone detenute e delle condizioni carcerarie in Italia. Scrivono su substrack e hanno un canale telegram.
La storia di Fernanda mi fa pensare a tante cose del mio passato e mi fa pensare che l’autodeterminazione passa anche da alcune scelte che a molte persone possono sembrare assurde o “vigliacche” o comunque non condivisibili. So che il mio punto di vista sul suicido autodeterminato spesso non è condiviso (soprattutto nel mondo medico ma non solo) ma bisogna rispettare chi fa questa scelta. Quello che non si può rispettare è la violenza istituzionale, l’abbandono di una grossa fetta di società al proprio destino, la mancanza di rispetto e di considerazione umana nei confronti di determinate persone, anche quando sei dentro un luogo istituzionale.
A maggior ragione se queste persone non hanno identità e corpi conformi, colore della pelle conforme, posizione sociale e mettici anche i documenti.
Io oggi sento di essere stata abbastanza forte e fortunata da essere uscita da tante situazioni da cui pensavo di non uscire. Tempo fa non pensavo di arrivare a fare tanta strada e non pensavo addirittura di volere anche io la tranquillità di vita di cui parlava Valery Taccarelli al Divine festival quando raccontava la sua storia. Purtroppo c’è chi invece è caduta nel tormento o in qualche altro buco nero, e per quanto possa dispiacermi, spero solo che abbiano sempre trovato la loro pace in qualche modo o una vita migliore, se ne esiste un’altra dopoa morte. Tutto questo per dire che mi fa pensare tante cose questo intreccio di date. Un anno, il duemila, che per tanti motivi sia negativi sia positivi non potrò mai dimenticare nemmeno io. Vorrei concludere pensando al romanzo su Carlotta “A nessuno è fregato un cazzo di cosa è successo a Carlotta” di James Hannaham (un libro che vi consiglio molto) e alla sua risalita di vita dopo tutto ciò che le era successo. Ho intitolato il mio ultimo anno e mezzo di vita “risalire” per tutta una serie di motivi e… fanculo siii, risalire per noi, per chi non c’è più, e se proprio si deve cadere, averci almeno provato con tutte le forze, perché a nessunə gliene frega un cazzo di che fine facciamo. Anzi, certe soggettività è meglio non averle nella società che preferisce sfruttarci e cercarci solo al bisogno e poi disprezzarci e strumentalizzarci per il resto della vita.
Per tutte quelle sorelle che “non sono sorelle” per tanta gente ipocrita, ma che lo sono per noi.
Silvia Bianca
NB
Questo è presente anche su un altro noblogs su cui scrivo in condivisione ma non ancora visibile.

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