09.12.2025
Quel 12 settembre
12 settembre 2025
Il 12 settembre del 2022 andavo all’udienza per la mia rettifica anagrafica come persona trans.
Per chi non lo sapesse, ancora oggi dopo 43 anni dalla legge 164/82, la rettifica anagrafica di una persona trans necessità di un lungo iter burocratico che passa da relazioni psicologiche/psichiatriche, endocrinologiche ed una serie di pratiche invadenti nella sua vita che possono durare un anno quando va bene ma anche tre, quattro, cinque quando va male, più i costi economici elevati, non da tuttə sostenibili.
Ricordo bene quel giorno perché ho cercato di renderlo un giorno speciale, con la presenza di alcune persone e con tanti pensieri per la testa. Per mia fortuna l’udienza andò bene (non è da dare per scontato, anzi) e ne dovetti fare una sola. Perché capita a volte di ricevere rinvii o peggio l’assegnazione di un ctu (consulente tecnico d’ufficio) una pratica burocratica molto umiliante e costosa che allunga di mesi e mesi l’istanza. A differenza di cosa pensa la maggior parte delle persone che non si informa o che lo fa tramite “certi politici” coi loro post su facebook, non è che un giorno ti alzi, vai in comune e cambi i tuoi documenti, ma c’è un mondo di pratiche obbligatorie dietro e tempi molto lunghi. E anche quando li cambi non scompari, non “fai il furbo” ma semplicemente vengono trasmessi i tuoi nuovi dati su un altro codice fiscale e documento. Questo per sfatare tutti i miti che hanno gli analfabeti funzionali pensando che il “self id” (che in Italia non c’è) o cambio anagrafico abbia chissà quale trucco dietro. Nessun trucco, è come quando una vettura cambia proprietario, il libretto con tutti i dati della vettura vengono trasmessi, così come bolli, oneri fiscali ed eventuali ipoteche. Quel 12 settembre ho scelto con cura i miei vestiti, per presentarmi davanti ad una giudice di cui non sapevo nulla e che nulla sapeva di me. Il timore che potesse essere una persona ostile c’era, ma per fortuna non è stato il mio caso, e visto che nel tribunale di Torino alcune di queste persone ci sono, non era certo il responso. Sono andata in tribunale nella speranza di essere ascoltata per poter dire la mia, con una marea di documenti pronti, un avvocato (uomo trans per scelta politica) venuto da un’altra regione e con un mix di euforia, paura e tanti pensieri. Perché ti domandi cosa succederà, cosa cambierà…
Quando uscii dalla sala con il mio avvocato, fuori c’erano due miei amici ad aspettarmi. Siamo andatə a bere tuttə insieme in un bar vicino (tra l’altro assistendo ad un litigio di quelli esilaranti). Poi abbiamo fatto un lungo giro per i murazzi andando in un posticino storico e andando via con poca lucidità ma con leggerezza, perché a quanto pare tutto era andato bene.
Tra noi c’era una persona che aspettava la stessa pratica e di li a poco sarebbe andata bene anche per ləi. Quel giorno ha tanti significati per vari motivi.
L’allegria del post udienza nonostante l’incertezza della sentenza (che viene comunicata entro i tre mesi successivi) le cose dette a casa di una persona che ha fatto parte della mia vita in modo intenso ma anche negativo fino a qualche mese fa. Il lavoro il giorno dopo, nell’indifferenza di chi avevo intorno. Era un periodo in cui vivevo male vari ambienti e praticamente di quella giornata fregò a poche persone, ma va bene così. Come dicevo ad una amica poco tempo fa, le persone trans vivono i loro successi dei loro “percorsi” praticamente in solitudine. Credo che spesso succeda perché da fuori non sempre si riesce a capire il peso dietro questi percorsi obbligati e tutto ciò che si portano dietro.
Io alla mia udienza non fui nemmeno ascoltata, il dialogo fu tutto tra l’avvocato e la giudice. Questa cosa inizialmente mi diede fastidio, poi a quanto pare andò bene così. Il dieci ottobre, dopo una lunga giornata piovosa e non proprio positiva, ricevetti alle 20.30 la chiamata del mio avvocato per dirmi che la sentenza era positiva. Il collegio, formato da tre giudici donne, aveva deciso all’unanime per il si.
Non sapevo come gestire la notizia. Inizialmente mi scesero alcune lacrime di gioia mista a tensione accumulata. Poi nei giorni successivi pensai molto a tutto il suo significato. Una vittoria o una vittoria nella sconfitta istituzionale?
Io ancora oggi direi la seconda.
Perché affrontare due anni e mezzo di sedute, iter vari e poi ancora il tribunale, il tutto non con un percorso pubblico ma privato, ha comportato enormi sacrifici, sia in tema di energie psicologiche, sia economiche. Perciò l’ho sempre vista come una vittoria nella sconfitta. Ma fino ad allora avevo vissuto per ventidue anni privata del mio nome d’elezione (scelto proprio a settembre del 2000) e senza la possibilità di fare ciò che volevo del mio corpo. Era quindi per me necessario arrivare a quella sentenza, nonostante ci siano “scuole di pensiero” diverse sul tema, su cui però non mi voglio soffermare perché andrebbe fatto un capitolo specifico e non sarei sempre molto pacata nelle mie affermazioni al riguardo. La mattina dell’udienza non andai a lavoro ovviamente e dopo una buona colazione uscii sul balcone a fare le bolle di sapone (si, sono un po’ semina). So che può sembrare una cosa stupida ma era una bella giornata e volevo fare solo cose che mi facessero stare bene. Alla radio mentre mi stavo preparando stavano dando “Ancora tu” di Battisti e proprio mentre mi guardavo allo specchio, suonava la strofa “che bella sei, sembri più giovane, o forse sei solo più simpatica”. A volte faccio ragionamenti stupidi e pensai che non capitò per caso, perché il mio rapporto con lo specchio è sempre stato difficile, quindi feci un sorriso e pensai che tutto stesse andando per il verso giusto, nonostante non avrei creduto fino a quel momento di arrivarci sana e salva. Era una giornata bella, mi feci i capelli nonostante fosse ventosa e mi voletti vestire con qualcosa di bello ma non vistoso. Indossai dei pantaloni grigi con la piega, un po’ old style e una bella maglietta floreale e le mie immancabili scarpe da ginnastica. Perché non sono una da tacchi e perché sono già alta 1.80 e porto il 46. Gli stivaloni con la zeppa non sarebbero stati adatti e le scarpe coi tacchi “taglie forti” costano care e io di soldi ne avevo spesi già troppi per la mia causa, inoltre non sopporto molto l’idea di portare dei tacchi per conformarmi a qualcosa che non voglio… Il fatto che furono cambiati 4 giudici nel giro di 60 giorni per quella udienza mi mise molta ansia, per poi finire tutto nell’arco di pochi minuti. Come una bolla di sapone che tocca una superficie ed esplode, dissolvendosi per sempre, così si era dissolta la mia ansia. Infatti, una piccola ciucca all’imbarchino fu poi il risultato di una giornata che ricordo ancora ricca di emozioni, tensione, speranza e non si sa cosa, perché non sapevo cosa aspettarmi dopo, nonostante avessi fatto tutto con enorme convinzione ma con tanta fatica. Quando guardo le foto di quella giornata ho un po’ di malinconia ma penso anche a quante cose sono cambiate e a quanto sia cambiata io. Per ironia della sorte, i miei primi documenti rettificati sono durati poco più di un anno, perché per la prima (e spero ultima) volta della mia vita, un anno dopo mi fu rubato il portafoglio con dentro tutti i miei primi documenti rettificati e alcuni ricordi importanti. Ovviamente dovetti rifare tutto perché non ritrovai mai più nulla, e ammetto che bestemmiai molto e mandai maledizioni per settimane. Una delle cose che mi fece emozionare di più fu la tessera elettorale rettificata ricevuta a casa un sabato mattina, senza aspettarmelo. Mi fece emozionare più della carta d’identità che pensavo mi avrebbe regalato più emozioni.
Forse il fatto di andare a farla su appuntamento e di ricevere domande invadenti e transfobiche dall’addetto comunale, fecero perdere quella magia. In compenso, mi feci grasse risate quando chiamai la mia scuola per la rettifica del diploma. Una scuola unicamente maschile che non aveva mai fatto questa pratica, anche se dubito che in vent’anni non avessero mai avuto persone trans diplomate.
Molto probabilmente quelle poche persone non hanno mai avuto il coraggio di andare a reclamare il loro diploma rettificato proprio per il tipo di scuola. E così sono passati tre anni da quel giorno, ma lo ricordo ancora piuttosto bene, nonostante il pomeriggio si sia perso poi tra tante chiacchiere, bolle di sapone fatte qua e la, risate, foto sceme e un po’ di alcol. Rimangono le emozioni un po’ sbiadite e un po’ simboliche ma importanti. Rimane il pensiero di tutto ciò che c’è di sbagliato in quella pratica che passa tra le mani ed il giudizio di varie persone (nel collegio finale del tribunale sono tre i/le giudici a decidere) senza contare la documentazione per arrivarci. Nulla è cambiato ancora o quasi, anche se ci sono stati degli aggiornamenti ancora poco recepiti. Perché come al solito siamo un paese dove le istituzioni non comunicano tra loro, provocando incomprensioni e problemi alle persone che poi devono rivendicare i loro diritti.
Tre mesi dopo quella sentenza ho potuto “rivendicare” i miei per l’accesso a determinate pratiche chirurgiche che prima non avrei potuto fare, se non cercando un paese estero privo di controlli. Ma le ingerenze istituzionali continuano anche dopo. Perché avere una sentenza che con “furore” nel testo finale dice che tu sei “xxx” e non altrimenti e che hai il permesso di fare col tuo corpo ecc ecc non impedisce a certe persone di certi luoghi istituzionali di continuare a fare ingerenza sulla vita delle persone trans. E non mi riferisco solo alla politica in generale, alle ispezioni, alle leggi, ma mi riferisco soprattutto ai centri pubblici che in teoria sono fatti per supportare le persone trans, invece sovente non è così. Torino ne è un esempio lampante. Una città dove un luogo in particolare commette da anni e anni pesanti ingerenze sia sulle persone trans, sia su chi nel mondo medico cerca di arrivare in città per aiutare a snellire le lunghe liste di attesa che si sono formate da anni in questo luogo. Anche io ho subito la loro ingerenza nonostante un tribunale avesse messo per iscritto che ero “libera” di decidere sul mio corpo, ma non è stato così e ho dovuto allontanarmi dalla mia città per poter mettere in pratica i miei diritti senza ingerenze. Ecco cosa c’è dietro alla rettifica anagrafica di una persona trans. Ecco cosa c’è dietro a quella udienza. C’è anche il pensiero di poter finalmente essere libera di parlare apertamente e di dire senza paure che il binarismo di genere non fa per me. Perché se lo affermi prima può causarti grossi problemi nelle relazioni psicologiche e in sede di giudizio. Perché devi essere conforme agli standard istituzionali e questo ti porta ancora una volta a non essere libera, non finché non hai “concluso” almeno questa parte. Ammesso che tu voglia farlo, perché ci sono tante persone che per vari motivi non lo fanno. Per scelta o perché non possono, e questo comporta molti problemi, soprattutto alle persone razzializzate. Non è tutto qui però. Sarei falsa se non dicessi che dopo la mia rettifica più volte mi sono chiesta se ne sia valsa la pena per tutto ciò che mi è costato e che continua a costare anche dopo. Perché erroneamente si pensa che poi tutto finisca lì, ma una persona trans, anche con i suoi documenti rettificati, continua ad essere una persona trans anche dopo. Questo comporta spesso spiegazioni e coming out forzati. E si, ogni tanto ci penso e non c’è nulla di sbagliato nel farlo. Rifarei l’istanza? Si, ma vorrei che le cose fossero diverse, altrimenti farei le cose in modo diverso, ma questa è un’altra storia. La possibilità di fare i documenti mi hanno messa al sicuro da un lato ed esposta da un altro in modo continuo, almeno a me. Mi hanno dato la possibilità finalmente di vedere il mio nome in modo ufficiale e poter firmare così, mettendo al sicuro (si spera) questa possibilità in un futuro incerto.
Tutto questo a patto che i pensieri durante tutto il percorso per arrivarci non li si confidino a chi deve “analizzarti”, altrimenti metti a rischio la tua istanza. Quel 12 settembre si porta dietro tante cose.
Ricordi passati e presenti, momenti, persone, storia e lotta.
Perché anche questa “sconfitta nella vittoria” come la chiamo io è un atto di resistenza, oltre ad essere un atto di forza subita dalle istituzioni. Perché conferma che continuiamo ad esistere e a rivendicare le nostre esistenze.
Se penso a settembre del 2000 e poi a settembre del 2022 penso a quanta strada ho fatto. Tantissima, non sempre bene. Eppure, Silvia c’è. E oggi sono passati tre anni da quella giornata piena di significati. Settembre è un mese che per tanti motivi, non solo quella per giornata, porto nel cuore.
La mia speranza è che in futuro migliorino le procedure, sia per le persone adulte sia per le persone più giovani. Che siano meno invasive e che le ingerenze e strumentalizzazioni politiche e medico/istituzionali smettano.
Nel frattempo, faccio i miei auguri a chi purtroppo sta affrontando o affronterà quella istanza da qualche parte, in qualche aula, con le sue paure e incertezze, sperando che vada tutto bene. Soprattutto in un periodo storico in cui siamo una delle categorie più usate per fare propaganda falsa e ipocrita.

Questa è la foto scattata dal mio balcone quella mattina verso le 8.30 🙂
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